La Cattedrale di Proust – Brochure

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E se Alla ricerca del tempo perduto fosse, oltre che un romanzo, una gigantesca scena del crimine della coscienza? Marcel Proust osserva per migliaia di pagine gli indizi che normalmente ci sfuggono: un sapore che riporta in vita un mondo scomparso, un bacio atteso con angoscia, una persona che desideriamo soltanto quando ci sfugge, una gelosia che trasforma ogni dettaglio in una prova, un’abitudine che anestetizza ciò che amiamo, un volto che il tempo rende improvvisamente irriconoscibile. La Cattedrale di Proust propone di attraversare la Recherche con la lente di un detective e gli strumenti delle neuroscienze contemporanee. Non per sostenere che Proust fosse un neuroscienziato ante litteram, ma per mettere fianco a fianco due strumenti diversi puntati sullo stesso enigma: che cosa significa essere proprio quella persona e non un’altra? La metafora guida è la cattedrale di Chartres. Come una cattedrale costruita e ricostruita per secoli, anche una vita è fatta di strati, incendi, restauri, frammenti sopravvissuti e parti aggiunte in epoche diverse. E come Chartres, la Recherche è una macchina del tempo: ciò che accade all’inizio acquista spesso il suo vero significato soltanto migliaia di pagine dopo. Il lettore entra così in un laboratorio degli stati di coscienza. Il sonno dissolve temporaneamente l’io. Il sogno libera emozioni dal tribunale della realtà. La memoria involontaria resuscita configurazioni perdute. L’innamoramento fabbrica una persona che forse non esiste. Il desiderio cresce nell’assenza e si spegne nel possesso. La gelosia trasforma l’amante in investigatore e romanziere. L’abitudine anestetizza il mondo. La separazione produce astinenza. L’oblio modifica lentamente chi siamo. L’invecchiamento scrive il tempo direttamente sul corpo. Ma l’indagine va ancora più in profondità. Le neuroscienze mostrano che ogni cervello possiede configurazioni di connettività sufficientemente individuali da funzionare quasi come un’impronta digitale. Proust compie un esperimento analogo attraverso i suoi personaggi: Swann, Charlus, Françoise, Madame Verdurin, Oriane de Guermantes, Albertine e Marcel possiedono ciascuno un modo riconoscibile di amare, parlare, desiderare, soffrire, interpretare il mondo e perfino di cambiare. È ciò che il libro chiama stile individuale: non un singolo tratto, ma una firma relativamente stabile che attraversa stati diversi della nostra esistenza. Proust diventa allora una lente. Il romanzo, una vetrata. Le neuroscienze, una seconda fonte di luce. E il vero oggetto dell’indagine sei tu. Qual è il tuo modo di desiderare? Di ricordare? Di amare? Di ingannarti? Di reagire all’incertezza? Quali automatismi scambi per carattere? Che cosa rimane riconoscibile di te mentre tutto cambia? Tra letteratura, neuroscienze, arte, Chartres ed esercizi di Creative Nonfiction, La Cattedrale di Proust invita a fare qualcosa di più ambizioso che leggere un capolavoro: usarlo come strumento ottico per imparare a conoscere se stessi.

E se Alla ricerca del tempo perduto fosse, oltre che un romanzo, una gigantesca scena del crimine della coscienza? Marcel Proust osserva per migliaia di pagine gli indizi che normalmente ci sfuggono: un sapore che riporta in vita un mondo scomparso, un bacio atteso con angoscia, una persona che desideriamo soltanto quando ci sfugge, una gelosia che trasforma ogni dettaglio in una prova, un’abitudine che anestetizza ciò che amiamo, un volto che il tempo rende improvvisamente irriconoscibile. La Cattedrale di Proust propone di attraversare la Recherche con la lente di un detective e gli strumenti delle neuroscienze contemporanee. Non per sostenere che Proust fosse un neuroscienziato ante litteram, ma per mettere fianco a fianco due strumenti diversi puntati sullo stesso enigma: che cosa significa essere proprio quella persona e non un’altra? La metafora guida è la cattedrale di Chartres. Come una cattedrale costruita e ricostruita per secoli, anche una vita è fatta di strati, incendi, restauri, frammenti sopravvissuti e parti aggiunte in epoche diverse. E come Chartres, la Recherche è una macchina del tempo: ciò che accade all’inizio acquista spesso il suo vero significato soltanto migliaia di pagine dopo. Il lettore entra così in un laboratorio degli stati di coscienza. Il sonno dissolve temporaneamente l’io. Il sogno libera emozioni dal tribunale della realtà. La memoria involontaria resuscita configurazioni perdute. L’innamoramento fabbrica una persona che forse non esiste. Il desiderio cresce nell’assenza e si spegne nel possesso. La gelosia trasforma l’amante in investigatore e romanziere. L’abitudine anestetizza il mondo. La separazione produce astinenza. L’oblio modifica lentamente chi siamo. L’invecchiamento scrive il tempo direttamente sul corpo. Ma l’indagine va ancora più in profondità. Le neuroscienze mostrano che ogni cervello possiede configurazioni di connettività sufficientemente individuali da funzionare quasi come un’impronta digitale. Proust compie un esperimento analogo attraverso i suoi personaggi: Swann, Charlus, Françoise, Madame Verdurin, Oriane de Guermantes, Albertine e Marcel possiedono ciascuno un modo riconoscibile di amare, parlare, desiderare, soffrire, interpretare il mondo e perfino di cambiare. È ciò che il libro chiama stile individuale: non un singolo tratto, ma una firma relativamente stabile che attraversa stati diversi della nostra esistenza. Proust diventa allora una lente. Il romanzo, una vetrata. Le neuroscienze, una seconda fonte di luce. E il vero oggetto dell’indagine sei tu. Qual è il tuo modo di desiderare? Di ricordare? Di amare? Di ingannarti? Di reagire all’incertezza? Quali automatismi scambi per carattere? Che cosa rimane riconoscibile di te mentre tutto cambia? Tra letteratura, neuroscienze, arte, Chartres ed esercizi di Creative Nonfiction, La Cattedrale di Proust invita a fare qualcosa di più ambizioso che leggere un capolavoro: usarlo come strumento ottico per imparare a conoscere se stessi.

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