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Dove si nasconde un ricordo? In una sinapsi, in una regione del cervello, in una molecola? Oppure la domanda è formulata male? Nel terzo volume de L’Enigma dell’Individualità, Beppe Rocca e Giulia Garaffo riaprono uno dei casi più affascinanti delle neuroscienze: la ricerca della traccia lasciata dall’esperienza. L’indagine comincia con Karl Lashley, che per decenni cercò l’engramma, il luogo fisico della memoria. Non lo trovò. Ma l’assenza di un colpevole non significa che il delitto non sia avvenuto. Significa che gli investigatori stavano cercando l’indizio sbagliato. La memoria non è un file conservato in un archivio cerebrale. È una trasformazione distribuita. L’esperienza modifica sinapsi, circuiti, espressione dei geni, sistemi immunitari, metabolismo, muscoli, risposte viscerali e abitudini. Non esiste una sola memoria: esistono molti meccanismi, attivi su scale temporali diverse, dai millisecondi dell’attività elettrica ai decenni delle modificazioni epigenetiche. Il volume segue le prove: plasticità sinaptica, potenziamento a lungo termine, condizionamento, apprendimento per rinforzo, memoria emotiva, abitudini, memoria episodica e procedurale. Mostra come un comportamento passi dal controllo cosciente al pilota automatico e perché l’estinzione non cancelli una paura, ma costruisca una memoria concorrente. È una scoperta decisiva per comprendere trauma, dipendenze, compulsioni e ricadute. Un sospettato ricorre continuamente sulla scena: la dopamina. Non è soltanto la molecola del piacere. Segnala il valore delle azioni e soprattutto gli errori di previsione. Impariamo quando ciò che accade non coincide con ciò che ci aspettavamo. La sorpresa corregge il modello del mondo. Lo stesso meccanismo che sostiene curiosità, esplorazione e creatività può però essere sequestrato dal gioco d’azzardo, dalle piattaforme digitali e dall’economia dell’attenzione. L’indagine si allarga poi all’intelligenza artificiale. Nei giochi la ricompensa è chiara: vincere significa vincere. Nella vita, invece, utilizziamo spesso indicatori imperfetti e finiamo per ottimizzare la misura dimenticando il fine. Entrano così in scena la legge di Goodhart, i proxy, l’adulazione algoritmica e i rischi di sistemi addestrati a compiacere invece che a comprendere. Ma il cervello non è l’unico luogo del delitto. Anche il corpo conserva prove. Il sistema autonomo anticipa, l’immunità ricorda, il metabolismo mantiene tracce delle esposizioni, i tessuti si adattano, il microbiota cambia con l’ambiente. Trauma, dolore persistente, placebo e nocebo mostrano che il passato non viene soltanto raccontato: viene incorporato. La domanda Come ti senti? conduce all’interocezione e all’insula, dove i segnali del corpo diventano sentimento, valore e coscienza. Dopamina, noradrenalina, acetilcolina, serotonina e istamina regolano motivazione, sorpresa, attenzione, pazienza e vigilanza, mentre il sonno riorganizza le esperienze e consolida le tracce. L’ultima pista conduce al Default Mode Network, la rete con cui il cervello ricostruisce il passato, simula il futuro, giudica sé stesso e immagina gli altri. È il laboratorio del nostro romanzo interno, ma anche il tribunale della ruminazione e della gelosia. Qui Marcel Proust diventa il testimone decisivo. La madeleine, Albertine e Il tempo ritrovato mostrano ciò che le neuroscienze confermano: ricordare non significa recuperare una copia fedele, ma ricostruire una configurazione dell’io. Il verdetto finale è radicale: l’individualità non è nascosta in un gene o in un’area cerebrale. È il risultato irripetibile di ciò che abbiamo appreso, temuto, desiderato, dimenticato, incorporato e raccontato. Siamo, in larga parte, la storia biologica delle nostre esperienze.
Dove si nasconde un ricordo? In una sinapsi, in una regione del cervello, in una molecola? Oppure la domanda è formulata male? Nel terzo volume de L’Enigma dell’Individualità, Beppe Rocca e Giulia Garaffo riaprono uno dei casi più affascinanti delle neuroscienze: la ricerca della traccia lasciata dall’esperienza. L’indagine comincia con Karl Lashley, che per decenni cercò l’engramma, il luogo fisico della memoria. Non lo trovò. Ma l’assenza di un colpevole non significa che il delitto non sia avvenuto. Significa che gli investigatori stavano cercando l’indizio sbagliato. La memoria non è un file conservato in un archivio cerebrale. È una trasformazione distribuita. L’esperienza modifica sinapsi, circuiti, espressione dei geni, sistemi immunitari, metabolismo, muscoli, risposte viscerali e abitudini. Non esiste una sola memoria: esistono molti meccanismi, attivi su scale temporali diverse, dai millisecondi dell’attività elettrica ai decenni delle modificazioni epigenetiche. Il volume segue le prove: plasticità sinaptica, potenziamento a lungo termine, condizionamento, apprendimento per rinforzo, memoria emotiva, abitudini, memoria episodica e procedurale. Mostra come un comportamento passi dal controllo cosciente al pilota automatico e perché l’estinzione non cancelli una paura, ma costruisca una memoria concorrente. È una scoperta decisiva per comprendere trauma, dipendenze, compulsioni e ricadute. Un sospettato ricorre continuamente sulla scena: la dopamina. Non è soltanto la molecola del piacere. Segnala il valore delle azioni e soprattutto gli errori di previsione. Impariamo quando ciò che accade non coincide con ciò che ci aspettavamo. La sorpresa corregge il modello del mondo. Lo stesso meccanismo che sostiene curiosità, esplorazione e creatività può però essere sequestrato dal gioco d’azzardo, dalle piattaforme digitali e dall’economia dell’attenzione. L’indagine si allarga poi all’intelligenza artificiale. Nei giochi la ricompensa è chiara: vincere significa vincere. Nella vita, invece, utilizziamo spesso indicatori imperfetti e finiamo per ottimizzare la misura dimenticando il fine. Entrano così in scena la legge di Goodhart, i proxy, l’adulazione algoritmica e i rischi di sistemi addestrati a compiacere invece che a comprendere. Ma il cervello non è l’unico luogo del delitto. Anche il corpo conserva prove. Il sistema autonomo anticipa, l’immunità ricorda, il metabolismo mantiene tracce delle esposizioni, i tessuti si adattano, il microbiota cambia con l’ambiente. Trauma, dolore persistente, placebo e nocebo mostrano che il passato non viene soltanto raccontato: viene incorporato. La domanda Come ti senti? conduce all’interocezione e all’insula, dove i segnali del corpo diventano sentimento, valore e coscienza. Dopamina, noradrenalina, acetilcolina, serotonina e istamina regolano motivazione, sorpresa, attenzione, pazienza e vigilanza, mentre il sonno riorganizza le esperienze e consolida le tracce. L’ultima pista conduce al Default Mode Network, la rete con cui il cervello ricostruisce il passato, simula il futuro, giudica sé stesso e immagina gli altri. È il laboratorio del nostro romanzo interno, ma anche il tribunale della ruminazione e della gelosia. Qui Marcel Proust diventa il testimone decisivo. La madeleine, Albertine e Il tempo ritrovato mostrano ciò che le neuroscienze confermano: ricordare non significa recuperare una copia fedele, ma ricostruire una configurazione dell’io. Il verdetto finale è radicale: l’individualità non è nascosta in un gene o in un’area cerebrale. È il risultato irripetibile di ciò che abbiamo appreso, temuto, desiderato, dimenticato, incorporato e raccontato. Siamo, in larga parte, la storia biologica delle nostre esperienze.
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